Il genitore allenatore è una figura che, in ogni campo di provincia, non manca mai.
Non è in distinta. Non si allena. Non entra mai in campo. Ma allena. Dalla tribuna.
Lo riconosci subito.
È quello che commenta ogni giocata: “Apri! Apri!”, “Passala prima!”, “Sveglia raga!” “Tiraaa!”
E se il figlio sbaglia: “Ma cosa fai!?”
Silenzio. Quel silenzio che pesa più di un errore.
Il genitore allenatore: l’approvazione.
Ho visto bambini girarsi verso la tribuna dopo ogni azione.
Non per cercare il pallone. Per cercare approvazione.
“Papà, ho fatto bene?” E lì capisci che qualcosa non va.
Perché il problema non è il genitore che guarda la partita.
È il genitore chevuole giocarla al posto del figlio.
Il genitore allenatore: il procuratore.
Capita spesso. Soprattutto in questo periodo dell’anno.
Maggio. Il mese delle scelte.
“Cambiamo società?”
“Qui non lo valorizzano.”
“Altrove gioca di più.”
E così inizia il giro.
Telefonate. Messaggi. Open day. Provini. Promesse.
Ma la domanda vera è una sola: tuo figlio si diverte?
Perché puoi portarlo nella società più forte della zona.
Ma se gioca con la paura di sbagliare… non crescerà mai.
Il genitore allenatore: parla il mister.
Da mister, ti dico una cosa semplice.
I bambini non hanno bisogno di allenatori in tribuna.
Hanno bisogno di:
- fiducia
- tempo
- libertà di sbagliare
Un giorno, dopo una partita, un bambino mi disse: “Mister, oggi non ho guardato mio papà.”
Gli chiesi: “Perché?”
Rispose: “Perché mi stavo divertendo.” (lo abbracciai forte, cosa che non faccio spesso, so che ha capito che quella era la cosa giusta).
Ecco. Forse è tutto lì o tutto qui.
Perché il calcio, a quell’età, non è una carriera.
È un gioco.
E il genitore migliore… è quello che applaude e che sostiene, non deve motivare (che fastidio quando urlano “sveglia”) e non deve dare indicazioni.
Sempre.
Se vivi anche tu questo mondo… sai di cosa parlo.



